Canto XV

Riassunto


Seconda e Terza Cornice

Sono le tre del pomeriggio (ed è notte fonda sulla terra) Dante è colpito dalla luce fortissima di un angelo come da un raggio riflesso “Come quando da l'acqua o da lo specchio/ salta lo raggio a l'opposita parte....così mi parve da luce rifratta/ quivi dinanzi a me esser percosso” (vv. 16 - 23) testimonianza di conoscenze della fisica e della geometria, rese visibili col linguaggio poetico.

Causa dell'invidia è il desiderio di beni terreni, il cui possesso diminuisce se essi vengono divisi fra più persone. Ciò non avviene dei beni spirituali, perché “quantunque carità si stende/ cresce sovr'essa l'etterno valore...Più v'è da ben amare e più vi s'ama/e come specchio l'uno a l'altro rende”. Dante conclude il ragionamento morale con un paragone tratto sempre dalla fisica.

Con Virgilio sale poi alla successiva cornice dove si punisce il peccato dell'ira.

Appaiono qui delle visioni, come scene da un film, per illustrare esempi di mansuetudine, che è la virtù contraria: (vv. 85 - 93) Maria ritrova Gesù fanciullo a Gerusalemme dal Vangelo di Luca, (vv. 94 - 105) Pisistrato perdona il giovane innamorato, da Valerio Massimo, (vv. 106 - 114) Stefano lapidato dai Giudei dagli Atti degli Apostoli.

Dante sembra camminare barcollando ”a guisa di Cartier Replica cui vino o sonno piega” e Virgilio lo sprona.

Canto XV

Testo integrale


Canto XV, il quale tratta de la essenza del terzo girone, luogo diputato a purgare la colpa e peccato de l’ira; e dichiara Virgilio a Dante uno dubbio nato di parole dette nel precedente canto da Guido del Duca, e una visione ch’aparve in sogno a l’auttore, cioè Dante.


Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
e ’l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza, 3

tanto pareva già inver’ la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era. 6

E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
perché per noi girato era sì ’l monte,
che già dritti andavamo inver’ l’occaso, 9

quand’io senti’ a me gravar la fronte
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte; 12

ond’io levai le mani inver’ la cima
de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
che del soverchio visibile lima. 15

Come quando da l'acqua o da lo specchio
salta lo raggio a l'opposita parte,
salendo sù per lo modo parecchio 18

a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader de la pietra in igual tratta
,
sì come mostra esperïenza e arte; 21

così mi parve da luce rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta. 24

"Che è quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia",
diss’io, "e pare inver’ noi esser mosso?". 27

"Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
la famiglia del cielo", a me rispuose:
"messo è che viene ad invitar ch’om saglia. 30

Tosto sarà ch’a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose". 33

Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
con lieta voce disse: "Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto". 36

Noi montavam, già partiti di linci,
e ’Beati misericordes!’ fue
cantato retro, e ’Godi tu che vinci!’. 39

Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue; 42

e dirizza’ mi a lui sì dimandando:
"Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte' menzionando?
". 45

Per ch’elli a me: "Di sua maggior magagna
conosce il danno; e però non s’ammiri
se ne riprende perché men si piagna. 48

Perché s’appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a’ sospiri. 51

Ma se l’amor de la spera supprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema; 54

ché, per quanti si dice più lì ’nostro’,
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in quel chiostro". 57

"Io son d’esser contento più digiuno",
diss’io, "che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la mente aduno. 60

Com’esser puote ch’un ben, distributo
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé che se da pochi è posseduto?". 63

Ed elli a me: "Però che tu rificchi
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi. 66

Quello infinito e ineffabil bene
che là sù è, così corre ad amore
com’a lucido corpo raggio vene. 69

Tanto si dà quanto trova d’ardore;
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr’essa l’etterno valore. 72

E quanta gente più là sù s’intende,
più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
e come specchio l’uno a l’altro rende. 75

E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun’altra brama. 78

Procaccia pur che tosto sieno spente,
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente". 81

Com’io voleva dicer ’Tu m’appaghe’,
vidimi giunto in su l’altro girone,
sì che tacer mi fer le luci vaghe. 84

Ivi mi parve in una visïone
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più persone; 87

e una donna, in su l’entrar, con atto
dolce di madre dicer: "Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi fatto? 90

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo". E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, dispario. 93

Indi m’apparve un’altra con quell’acque
giù per le gote che ’l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque, 96

e dir: "Se tu se’ sire de la villa
del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
e onde ogne scïenza disfavilla, 99

vendica te di quelle braccia ardite
ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto".
E ’l segnor mi parea, benigno e mite, 102

risponder lei con viso temperato:
"Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per noi condannato?". 105

Poi vidi genti accese in foco d’ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: "Martira, martira!". 108

E lui vedea chinarsi, per la morte
che l’aggravava già, inver’ la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte, 111

orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a’ suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra. 114

Quando l’anima mia tornò di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori. 117

Lo duca mio, che mi potea vedere
far sì com’om che dal sonno si slega,
disse: "Che hai che non ti puoi tenere, 120

ma se’ venuto più che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?". 123

"O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
io ti dirò", diss’io, "ciò che m’apparve
quando le gambe mi furon sì tolte". 126

Ed ei: "Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve. 129

Ciò che vedesti fu perché non scuse
d’aprir lo core a l’acque de la pace
che da l’etterno fonte son diffuse. 132

Non dimandai "Che hai?" per quel che face
chi guarda pur con l’occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace; 135

ma dimandai per darti forza al piede:
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede". 138

Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti. 141

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi. 144

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

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